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Tra un mese dal Papa pronti a farci carico della nostra storia

Nell’ambito delle molteplici manifestazioni in programma per celebrare i 75 anni di vita del Csi, ce n’è una alla quale penso spesso: l’incontro con il Papa, il prossimo 11 maggio. Ci penso perché sento forte la responsabilità di questo incontro per quello che potremo, tra un mese, dire al Papa e ascoltando ciò che ha da dirci. Siamo nati, proprio per volere di un Papa, Pio XII, con un compito affascinante e molto impegnativo: essere educatori attraverso lo sport, per una società più solidale e più giusta. Dopo 75 anni, possiamo dire che siamo stati e siamo ancora coerenti con questa vocazione? Forse sì; ma sicuramente avremmo potuto fare meglio. La domanda successiva è: c’è ancora bisogno di quel Csi? Di questo Csi? Oppure siamo stati superati dai tempi e siamo anche noi parte di un mercato ampio dove peraltro le associazioni che si rifanno all’ispirazione cristiana sono ormai tante, forse troppe? La mia risposta è sì: la società contemporanea ha ancora bisogno del Csi, anche se in modo diverso rispetto alle origini. Cambiano i problemi, cambiano anche i modi di affrontarli, ma non possono mutare i valori di fondo: l’accoglienza di tutti, delle persone speciali e delle persone normali. Nell’accoglienza poi si sviluppa la capacità di dialogo e collaborazione, sempre più raffinata e rispondente alle normative statali, regionali, o di ogni altro ente pubblico. Visto da lontano il Csi è molto diverso da quello delle origini, ma da dentro, dal cuore pulsante del nostro agire, siamo quelli di sempre, pronti a farci carico della storia della società in cui viviamo, consapevoli di avere al nostro interno quelle sensibilità ed intelligenze, indispensabili per essere protagonisti del nostro destino. È innegabile che con il tempo sia cambiato tanto. Ricordo quando le società sportive con l’acronimo Csi nel nome erano la maggioranza. Ammetto che provo un po’ di nostalgia, ma solo perché quelle tre lettere in fila nel nome volevano dire senso di appartenenza, condivisione, voglia di fissare un’identità. Poi questo patrimonio si è perso per tanti motivi non solo interni, ma spesso anche per pressioni esterne, poiché, per certi aspetti, abbiamo sempre dato un po’ fastidio a chi ha cercato di assimilare invece di condividere. Siamo e rimarremo Centro Sportivo Italiano, perché in questo nome c’è il valore della proposta di uno sport che offra un servizio alla persona e non viceversa. Così sono diventate vita vissuta, assumendo sostanza concreta, le parole chiave del nostro impegno: l’accoglienza e la cura dei ragazzi a noi affidati. Le famiglie sanno di potersi fidare di noi e questo è dovuto al patrimonio di credibilità e serietà, costruito negli anni. Altra parola chiave per noi è “passione”. Si può stare con i ragazzi dando testimonianza di vita cristiana solo se dentro di noi arde il fuoco di una passione sincera. Infatti il modo più efficace per educare è l’esempio. Se vogliamo essere degni di 75 anni di storia ed essere idealmente abbracciati da Papa Francesco dobbiamo riscoprire il senso profondamente cristiano delle nostre azioni. Basterebbe rileggere e metterlo in pratica, il discorso del prof. Gedda, il nostro fondatore, in occasione del primo decennale Csi. In tutto ciò penso al Csi in modo positivo. Fosse anche solo per il rispetto che dobbiamo alle decine di migliaia di dirigenti, volontari, amici, che hanno donato parte della loro vita per consentirci di proporre modalità umane di fare sport. Uno sport vincente non per gli allori ma per la vita.