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«I nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme»

Su un muro del primo secolo dell’era cristiana, vicinissimo alla roccia del Calvario, è stata rinvenuta un’iscrizione latina: «Domine, ivimus!»; Signore siamo arrivati; Signore ce l’abbiamo fatta.
Potremmo ripeterla anche noi al termine del nostro Pellegrinaggio in Terra Santa, come espressione di gioia per una meta raggiunta, come sospiro per una fatica vinta, come stupore per un desiderio realizzato, come esultanza per una fraternità condivisa. Forse, più semplicemente per un tesoro conquistato. Sì perché avere la grazia di andare in Terra Santa è soprattutto una ricchezza che ti conquista e porti a casa, nella tua vita di tutti i giorni, custodita nel cuore, vero scrigno della memoria. È ricchezza aver conosciuto il nome di Dio. Scendendo dalle pendici del Monte degli Ulivi si allarga davanti agli occhi l’al–Haram al–sharif, la spianata delle moschee, con al centro il luccichio dorato della Cupola della Roccia. Lì si prega il nome Santo di Allah, con i suoi novantanove nomi. Su quel monte per secoli gli ebrei hanno invocato Yhwh, spesso con il nome di Adonai per rispettarne la sacralità. Ma proprio su quelle pendici, in mezzo agli ulivi, alcuni addirittura secolari, sotto una grotta, quella dell’Eleona, il Signore Gesù ha insegnato ai suoi discepoli a chiamare Dio con il nome di Padre. Un nome che richiama subito una relazione di protezione, d’affetto, di stima e di impegno a custodire. Un nome da pronunciare con la fiducia d’essere ascoltati; un nome da ricordare al termine delle nostre fughe per ritrovare il coraggio di alzarsi e ritornare a casa. È ricchezza tornare alle proprie case e alla normalità della vita ricordando la banalità di Nazareth. Trent’anni, nel nascondimento, senza un indizio di straordinarietà, senza alcun miracolo a mostrarne l’onnipotenza, con le mani incallite per il duro lavoro e la pazienza di ascoltare e guardare come vivono i suoi concittadini. Così Gesù si è preparato al suo ministero. Non ha rifiutato di vivere “volentieri” tutto ciò che sembrava così piccolo e insignificante, appartato a imparare il mestiere del vivere bene, rifuggendo la tentazione di credere che senza luci della ribalta, prima pagina dei giornali, riconoscimento sociale la vita non merita di essere vissuta. Vorremmo dimenticare quel muro, attraversato tante volte in questi giorni di pellegrinaggio, che divide Betlemme da Gerusalemme.
Ci ha stupito entrare nella Basilica del Santo Sepolcro e della Natività e vedere i cristiani dividersi spazi e tempi sacri. Non avremmo voluto vedere metaldetector, fucili imbracciati, segnali dei proiettili nei muri ma c’erano. Sembra paradossale ma anche questo è tesoro prezioso che la Terra Santa ci ha regalato perché è lo specchio del nostro cuore che spesso divide le persone di qua o di là del nostro muro, quello che noi abbiamo alzato per stabilire con precisione noi e loro. Giudicare per noi è facile, suggerire le vie della pace ancora più semplice, dire chi ha ragione ci proviamo ma mettersi in gioco, magari cominciando a pagare di persona un milligrammo di queste sofferenze per praticare vie di amicizia e solidarietà ci sembra a volte troppo oneroso.

Don Alessio Albertini