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Lo "sballo adrenalinico" dei giovani

L’abbiamo sentito ripetere più volte in questi mesi: i giovani e gli adolescenti sono stati i più penalizzati dallo stato di emergenza dovuto alla pandemia. Lockdown, didattica a distanza, impossibilità di coltivare le proprie passioni in primo luogo l’attività sportiva. Comprensibile quindi che in questi mesi di interruzione di ogni tipo di rapporto sociale la rabbia, la frustrazione e il nervosismo tra gli adolescenti abbiano preso il sopravvento. Si sono accumulate emozioni negative. A lungo i giovani hanno pensato di essere trascurati, l’attenzione era rivolta agli anziani, ai fragili, ai lavoratori, ai bambini, loro venivano sempre per ultimi. A questo dobbiamo aggiungere l’incertezza, il non sapere quando tutto questo finirà e si potrà tornare ad una vita normale. Le agenzie educative l’hanno ripetuto allo sfinimento che è importante il diritto al lavoro per gli adulti, l'assistenza a bambini e agli anziani, ma è di vitale importanza il diritto alla relazione, alla socialità per gli adolescenti. Una valvola di sfogo importante è l’attività sportiva, lo è sempre stata ed in questo momento ancora di più. Il poter tornare a giocare con i propri amici, pur con tante limitazioni, è stato importante per dare sfogo a questo nervosismo compresso. Normale che il ritorno alla pratica sportiva possa avere delle “complicazioni” nel comportamento dei ragazzi. Qualche atto sopra le righe è stato segnalato sui campi di calcio e nelle palestre, niente di clamoroso. Dobbiamo considerare quello che qualcuno ha definito lo "sballo adrenalinico" dei giovani. Queste emozioni a lungo represse che possono finalmente “esplodere” con lo sport. In preda alle emozioni è più facile reagire d’istinto, in maniera poco consapevole, spesso arrivando a dire o a fare cose che, a mente lucida, anche i giovani riterrebbero delle “cavolate”. Questa non vuole essere una giustificazione; comprendere non significa giustificare, bensì dare un significato e contestualizzare le reazioni emotive, per trovare le modalità più adatte a gestire queste emozioni. Cosa dobbiamo fare quindi come adulti? Semplice, sostenere i ragazzi, mettersi al loro servizio, non avere paura di rischiare come hanno fatto alcune nostre società sportive facendo di tutto per dare seguito alle loro richieste. Aiutarli “a trovare il proprio ruolo sano nella società”, soprattutto per i più fragili quelli che incontrano le maggiori difficoltà anche nella pratica sportiva. Non ignorare ma nemmeno calcare la mano su certi atteggiamenti che avvenivano anche prima della pandemia. Certe volte siamo noi adulti ad amplificare determinate situazioni che i giovani, con il nostro aiuto, superano alla svelta. Riprendiamoci il ruolo di sentinelle dell’educazione, pronti a cogliere ogni difficoltà tra i giovani e a sostenerli nel superarle insieme. Aiutarli a gestire le emozioni e le passioni, insegnare a riflettere e tornare sui propri passi.

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