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Chi crede ha una marcia in più

Anche le Missioni popolari possono diventare momento di formazione oltre che ad essere un’occasione di straordinaria di evangelizzazione all’interno di una comunità. Le parrocchie di Angolo hanno proposto, nella settimana dedicata alle missioni, una serie di incontri, incentrati sulla fede, con le diverse realtà del paese. In uno di questi l’argomento centrale è stato il rapporto tra fede e sport e, per approfondirlo, è stato invitato don Claudio Paganini parroco di Cellatica ma, soprattutto, assistente ecclesiastico del Brescia Calcio, Basket Brescia e Volley Brescia. Una passione per lo sport e per i giovani manifestata anche con la fondazione del Centro oratori bresciani nel 2002 e l’esperienza di consulente ecclesiastico nazionale del Csi dal 2006 al 2012. Ad introdurre la serata, allargata agli allenatori in formazione del CSI Vallecamonica, don Carmine, uno dei sacerdoti impegnati nelle Missioni popolari. “Dio non si dimentica di nessuno”, questo il senso delle Missioni che restituiscono a ciascuno di noi la consapevolezza di essere amati per quello che siamo. “Dobbiamo quindi capire quanto valiamo e dimostrarlo agli altri”. Uno dei modi per farlo è l’impegno nel volontariato e nel ridare un senso alla comunità, uno dei problemi evidenziati dai fedeli incontrati durante la settimana da padre Carmine. Il significato di questo impegno in prima persona è stato riassunto dalla “Teoria degli alibi” espressa da Julio Velasco, allenatore di pallavolo di fama internazionale. I giocatori impegnati nei diversi ruoli della pallavolo, secondo l’ex CT della nazionale italiana, non possono scaricare le colpe sui compagni di squadra. Lo schiacciatore sbaglia e scarica la responsabilità sul palleggiatore, poi sul ricevitore e quando finiscono i ruoli la colpa è del campo, dell’arbitro e così via. “Trovare alibi per ogni nostro insuccesso o errore blocca qualsiasi possibilità di crescita e di miglioramento, semplicemente perché, spostando la responsabilità all’esterno, di fatto se ne delega il controllo e la responsabilità ad altri.” La palla è passata poi a don Claudio Paganini impegnato nel suo intervento a dimostrare quanto nella vita lo sport illumina gli uomini. “Chi va in campo e crede in qualcosa ha una marcia in più perché lotta per qualcosa, non si accontenta”. Diventa fondamentale avere un progetto grande che unisce tutte le componenti dello sport. I dirigenti, gli allenatori, i giocatori, i magazzinieri anche i genitori sugli spalti sono sportivi impegnati in questo progetto e tutti vanno trattati come persone a servizio di un obbiettivo più grande. Premiare un allenatore con la panchina d’oro è riduttivo perché dovrebbero essere riconosciuti gli sforzi di tutte le persone impegnate in questo gioco di squadra. Parlando delle diverse esperienze e dei personaggi incontrati nel suo impegno a servizio del Brescia Calcio don Claudio ha spiegato il significato della presenza di un sacerdote nel mondo sportivo. “Un’indagine ha messo in evidenza che dove c’è un gruppo sportivo in una parrocchia la gente partecipa di più alla messa e al catechismo; c’è maggiore aggregazione.” Il mondo dello sport propone alcuni riti che lo avvicinano alla Chiesa. Il ritiro è maturato dalla Chiesa così come alcuni atteggiamenti dei tifosi, i canti, i gesti, i fumogeni richiamano alla celebrazione eucaristica. L’allenatore è come il don che riconosce i doni di ognuno e li valorizza. I migliori allenatori incontrati nel suo impegno con il Brescia sono stati quelli che avevano fede perché hanno saputo coltivare i doni eccezionali di ciascun giocatore. Altre situazioni invece allontanano lo sport dalla fede; la scaramanzia, abbondantemente usata dall’attuale presidente del Brescia, ad esempio non è positiva “perché se credi in te stesso e nel tuo impegno non può essere un gatto nero o uno specchio rotto a portati male”. L’allenatore ha un ruolo fondamentale grazie alla possibilità di estrarre la marea di ricchezza interiore di ognuno di noi ed alla capacità di aiutare i ragazzi a mettere in gioco queste ricchezze. Non è detto che tutti i ragazzi siano portati a diventare atleti; l’allenatore può indirizzarli verso ruoli dove possono esprimere al meglio le loro capacità. Dall’esperienza vissuta per lunghi anni in panchina, come riserve, sono nati grandi allenatori e dirigenti; lo stesso può accedere nelle società sportive del CSI. “Lo sport è una palestra di vita e di fede, in questo mondo si formano credenti veri. È uno strumento capace di far crescere e maturare le persone, prima dal punto di vista personale poi come parte di un gruppo e infine nella fede.” Per avvicinare i giovani alla parrocchia, all’oratorio gli strumenti fondamentali sono due: la musica e lo sport. Da qui la “provocazione” di don Claudio Paganini: “Perché non far diventare i catechisti anche allenatori delle squadre di calcio o pallavolo? Per essere così più vicini ai ragazzi”. Un allenatore trascorre una sessantina di ore all’anno con i ragazzi, un catechista poco più di venti, chi può conoscerli meglio ed entrare in sintonia con loro? Qualcuno ha risposto che potrebbe essere utile e prezioso anche il contrario, un allenatore che diventa catechista. Il dibattito è aperto.