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Doping&giovani.Chiudiamo strade e scorciatoie pericolose

Che nel mondo dello sport dilettantistico non tutto fosse pulito e del tutto assente il ricorso al doping non l’ho mai creduto. Però non immaginavo che si arrivasse a livelli tanto allarmanti da indurre un magistrato oggi in pensione, Raffaele Guariniello, a proporre la costituzione di un pool su scala nazionale che, autorizzato dalla Procura della Repubblica, possa svolgere indagini approfondite e farsi aprire le porte di farmacie, laboratori, spogliatoi. La situazione sembra ancor più grave perché l’appello del magistrato è anche l’appello di molti medici, ricercatori, dirigenti del settore sportivo. A rischio non c’è soltanto la regolarità del risultato o di una prestazione, ma la vita delle persone. Purtroppo l’aspetto più preoccupante è la sfera riguardante gli adolescenti. A quanto pare, esistono genitori che, pur di vedere gratificati con la vittoria i propri figli, non esitano nemmeno un istante, di fronte all’aiutino, mettendone a rischio la loro salute. Ciò, seppure intollerabile, sciaguratamente accade. Lo aveva ribadito, fra gli altri, il capo della Procura di Lucca, Pietro Suchan, quando su un’indagine che ha travolto il ciclismo, ha scoperto che una società molto quotata a livello nazionale faceva correre il doping tra i giovanissimi. Con iniezioni di Epo, l’ormone della crescita e uso di oppiacei come antidolorifici. Fra l’altro utilizzando sostanze provenienti direttamente da Paesi dove i controlli sono di gran lunga più blandi e quindi con rischi molto più alti per la salute degli assuntori.
Potrei continuare a lungo perché purtroppo il ricorso al doping è molto diffuso, probabilmente più nel mondo dilettantistico che in quello professionistico. Ho letto cose aberranti: iniezioni di ferro da rendere quasi neri i muscoli, supposte di cortisone, Ventolin usato come barretta di cioccolato, testosterone, insulina e altro ancora. Così si uccidono le persone e insieme anche l’idea di sport. Non possiamo rimanere inerti di fronte a questo pericolosissimo malcostume. Ignorare il fenomeno e guardare dall’altra parte sarebbe atteggiamento colpevole, quasi al limite della connivenza. Ma allora quale ricetta proporre? Alziamo il livello dell’attenzione ma sosteniamo al contempo lo sforzo dell’Associazione nel settore della formazione. I nostri dirigenti sono, da questo punto di vista, molto preparati: i nostri atleti e le nostre squadre principalmente non fanno sport per vincere medaglie o coppe, ma per stare in un mondo di relazioni, di affetti, di condivisione. Ciò non ci esonera dalla considerare che il rischio di uso di sostanze dopanti può contaminare anche la nostra attività. In prima linea ci sono gli allenatori che dovranno essere sempre più un baluardo etico prima che sportivo. E il Csi in questa direzione proseguirà ad offrire loro luoghi di formazione. Da anni abbiamo elaborato modalità sempre più efficaci di formazione e di preparazione dei dirigenti ed allenatori ai difficili compiti educativi, formativi e sportivi che devono affrontare. Con lo sport inteso e vissuto nel modo corretto la società migliora, dal punto di vista delle relazioni e dal punto di vista socio–sanitario. Ma la strada che avvicina il doping ai più giovani deve essere chiusa. Per tutti e per sempre.

Vittorio Bosio -Presidente Nazionale CSI