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Il fair play non è solo teoria, portiamolo sui campi

Difficile mettere in pratica i temi che con coerenza il CSI propone da settantacinque anni a livello nazionale e da quaranta in Vallecamonica. Il cammino tracciato è quello del binomio tra sport ed educazione. L’attività sportiva quindi non è puro impegno fisico ma la nostra associazione l’ha arricchita con alcuni valori. Nei corsi, negli incontri, nelle feste, nei regolamenti si trovano le tracce di questo impegno. Non è però facile metterlo in pratica sui terreni di gioco e nelle palestre. Uno dei temi principali è il rispetto delle regole e degli avversari. Lasciamo perdere per un momento le regole, ne parliamo anche troppo. Parliamo degli avversari, quelli che ogni settimana incontriamo per confrontarci, non per scontrarci. Da qualche anno il fair play è entrato nel linguaggio comune dello sport. Il CSI ha una classifica apposita che permette alla prima classificata di qualificarsi per le fasi regionali. A questa da quest’anno il CSI affianca la Coppa disciplina che, rispetto al Fai play, considera meno importante il risultato ottenuto sul campo e più incisivi gli elementi della disciplina nell’impegno sportivo. Nella prima giornata di campionato è arrivata al CSI una segnalazione che conferma quanto sia ancora lunga la strada da percorrere. Sgombriamo subito il campo, in questi anni il senso del rispetto verso gli avversari e gli arbitri è cresciuto notevolmente. Ci sono gesti di cavalleria sportiva che abbiamo segnalato, altri che restano nell’ombra ma che indicano quanto incisivo sia stato il lavoro svolto sulle società sportive, sui dirigenti e sugli allenatori. Restano ancora delle resistenza. C’è chi mette il risultato sportivo davanti a tutto sia negli sport di squadra che in quelli individuali. L’agonismo abbiamo sempre detto è fondamentale, nessuno gioca per perdere. Alcuni semplici gesti possono però contribuire a rendere l’impegno sportivo ancora migliore. Il mancato fair play è alla base della lettera scritta al CSI, senza scopi polemici, per invitare a riflettere sul tema del rispetto. “Mi piacerebbe vedere un minimo di quel fantomatico fair play tanto millantato, mi piacerebbe vedere in campo gente che gioca sì per vincere, ma non alle spalle di altri... Stiamo tanto a dire che i ragazzini crescono con la testa scaldata dai calciatori visti in tv, poi in un campetto dell’oratorio vedi scene come queste e ti chiedi da dove cominciare visto che nemmeno i "grandi" sanno dare l'esempio.” Chi scrive riconosce la difficoltà del ruolo dell’arbitro e chiede agli atleti di collaborare. “Allora sarebbe il caso di dar loro una mano perché forse il silenzio e la testa bassa dei miei giocatori a fine partita avrebbero fatto un po’ meno rumore se quell'avversario avesse scelto, invece di calciare in porta, di buttare fuori la palla ed essere sportivo. Forse non avrebbe messo l'arbitro in condizioni di scegliere e forse si sarebbe preso qualche pacca sulla spalla e un applauso in più, che magari non gli avrebbero dato i tre punti, ma lo avrebbero sicuramente reso un po’ più corretto e un po’ più vincente!”. Come non condividere questa riflessione al di là di come sono andate le cose sul campo. È quello che predichiamo da quarant’anni, ma tradurlo in realtà è sempre molto difficile.