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Nuovi italiani. E se fosse lo sport a indicare la strada giusta?

E se fosse lo sport a indicare la strada giusta? A volte succede nelle piccole e nelle grandi cose. Resto sulle prime con una premessa: ho profondo rispetto per le istituzioni, Parlamento in primis, dove si sta discutendo la proposta di legge sullo “ius soli” o “ius culturae”. Mentre sulla questione prosegue il “Tam Tam” – e qui l’assist me lo ha dato di recente la squadra di basket di CastelVolturno formata da “italiani– stranieri”, – voglio aiutare a capire di cosa si discuta, avendo registrato una certa difficoltà della gente. Capita spesso di sentire diverse affermazioni, come quelle di chi invoca la salvaguardia dell’identità italiana minacciata da insopportabili invasioni, o di altri che accusano gli italiani di aver dimenticato un passato da emigranti, accolti in altri Paesi. Credo che la ricerca di una soluzione, seria, senza pregiudizi, sia l’inizio di un cammino per costruire, tutti insieme, il futuro di un’Italia che sta facendo i conti con un cambiamento sociale epocale, in passato mai così tanto vasto e sconvolgente. Sconvolgente, sì, perché riguardante fenomeni sociali che incidono sulla vita delle persone in modo diretto. E allora eccomi allo sport, che spesso è l’inizio di un nuovo modo di stare insieme. Non voglio fermarmi ad evidenziare quella modalità di “condividere” la partita che fa superare ogni barriera. Sarebbe banale. Voglio andare oltre e richiamare l’attenzione su quello che la partita o la gara, vissuta insieme, porta con sé come bagaglio sociale. Bambini che fanno sport insieme diventano spesso amici, solidali fra loro. E ciò si riflette anche nel comportamento in classe, dove l’aiuto reciproco è spontaneo. E contagia le famiglie. Ho sentito con piacere, ai margini di un campo dove i ragazzi stavano giocando il loro incontro, alcune mamme parlare del dopo– partita. Non solo perché si erano portate qualcosa da condividere subito dopo la doccia, facendone partecipi anche quei bambini che avevano magari un po’ meno, ma perché ho scoperto che erano andate oltre. Ho sentito parlare di progetto dopo–scuola gestito con le insegnanti. E ho pensato ai ragazzi. A quelli che “ricevono” parte della merenda, che vengono invitati nelle case di quelli più fortunati e godono di un’accoglienza fraterna. Ho pensato che anch’essi in futuro, avendo ricevuto amore, doneranno amore. Vivranno in modo positivo. E se saranno operai o impiegati, infermieri o medici, o altro, faranno del loro lavoro una missione, perché chi è cresciuto nell’affetto – sono convinto – difficilmente non ne viene positivamente contagiato. Quei ragazzi, poi ho riflettuto, stavano però vivendo, in quel momento, una loro avventura personale. Giocando una partita su un determinato campo, con alcune regole semplici ma da rispettare. Fuori da queste regole, infatti, non c’è possibilità di gioco, non c’è partita, non si diventa amici e cittadini del mondo. Attraverso la pratica sportiva mi piacerebbe che giungesse un messaggio all’Italia che lavora, che fatica, che si angoscia per un futuro che vede fosco: capiamo bene di cosa parliamo e sosteniamo, nel libero e fondamentale esercizio delle diverse opinioni, una realtà di duro confronto parlamentare in un momento di crescita culturale che mette in gioco la coesione sociale. Non lo dico, sia chiaro, ai parlamentari. Lo dico a noi stessi, ai cittadini, alla società che rappresentiamo. Prendiamo esempio dallo sport correttamente ed eticamente interpretato.