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Responsabilità oggettiva, finalmente qualcosa è cambiato

Quanto successo, nel calcio, alla Juventus, che ha denunciato alcuni atteggiamenti illegali sviluppatisi attorno alla gestione dell’attività sportiva, è importante perché segna una significativa evoluzione verso uno sport più regolare. Ho citato la Juventus perché è finita suo malgrado agli onori delle cronache, ma potrei citarne tante altre come il Milan, la Lazio, il Genoa, e mi fermo qui per non fare un elenco a rischio omissioni. Vorrei però evitare che qualcuno, anche nel nostro mondo, si ponesse nel ruolo di giudice senza averne né la legittimazione né le competenze. Noi siamo portatori di un messaggio che cammina sulle gambe della testimonianza coerente. Facciamo proposte per uno sport a misura di persona, inclusivo, aperto a tutti e solidale. Quindi dobbiamo prima di tutto guardare in casa nostra osservando la realtà con serena consapevolezza. Abbiamo tanta storia nelle nostre radici, dalle quali è nato un albero imponente che dà ossigeno e respiro a tanta parte della società italiana, ma siamo ancora per strada. Ci siamo fatti carico del servizio di educare ma sappiamo che non si finisce mai di imparare, che dobbiamo avere sempre un approccio semplice, con la giusta umiltà. Quell’umiltà che ci fa guardare al Vangelo più che alle pagine dei giornali o ai servizi radiotelevisivi, e che ci impedisce di nutrire l’ambizione di impartire lezioni agli altri. Quell’umiltà che ci fa amare i ragazzi, in modo particolare quando ci sono affidati affinché facciano sport in ambienti sani e sicuri, con amici con i quali costruire relazioni positive. Già far bene questo compito comporta un impegno a volte sovrumano, specialmente nelle realtà più disagiate o laddove le società sportive sono più sole. Certo, leggere attraverso le note di stampa e le notizie di tv e social, la conferma della radicazione di un malcostume che usava (e in tante parti ancora usa) lo sport per gestire l’illecito mi fa male. E certamente il ripensamento sulla responsabilità delle società che si sono ritrovate sotto ricatto, appunto la “responsabilità oggettiva” è stata un’azione giusta che mi auguro abbia ora il sostegno necessario da parte di tutte le istituzioni coinvolte. Non si poteva tollerare oltre l’atteggiamento di chi si imponeva con minacce esplicite per avere benefici e sostegni di ogni genere. Si deve purtroppo riconoscere che attorno alla giustizia sportiva, usata come arma di ricatto, è fiorita un’industria del malaffare. Bastava urlare insulti razzisti, lanciare petardi, organizzare cori ingiuriosi per mettere in difficoltà la “propria” squadra di calcio. Ho messo tra virgolette quel “propria” perché davvero non riesco a capire come si possa passare dall’essere tifosi all’essere aguzzini. Abbiamo dovuto prendere atto che incredibilmente multare e squalificare per un coro razzista non reprime ma incoraggia, accresce il potere di chi con lo sport non c’entra niente ma che nello sport si è infiltrato per fare i propri illeciti affari. Cosa se ne ricava? Anzitutto che governare lo sport con le regole di 60 o 70 anni fa è impensabile; poi, che la repressione del malaffare e delle connessioni con la criminalità organizzata deve passare dalle leggi ordinarie e dall’intervento delle Forze dell’Ordine; e infine, che siamo ancora lontani dal recuperare gli stadi come luoghi di festa e di divertimento. Educare allo sport resta una parola d’ordine di grandissima attualità e urgenza. Sempre più emerge però, con grande evidenza, il valore dell’attività sportiva per come viene proposta dal Csi: a misura e per la crescita delle persone e della società. Avanti perciò con coraggio e fiducia, perché siamo sul percorso giusto.