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Un segnale dal Governo: distinguere lo sport di vertice da quello di base

Si è parlato molto in queste ultime settimane della proposta del Governo di modificare, attraverso la legge di bilancio, la titolarità dei fondi pubblici che ogni anno il Coni assegna alle Federazioni sportive ed agli Enti di promozione sportiva. Il segnale che il Governo intende dare si può così sintetizzare: distinguere lo sport di vertice dallo sport di base. Al Coni andrebbe il compito di gestire lo sport di alta prestazione, professionistico e olimpico. Ad una società pubblica, creata allo scopo, verrebbe assegnato il compito di promuovere, anche con finanziamenti mirati, lo sport dalle persone come attività di divertimento, salute, inclusione e non professionistica. Se alla base di questa proposta c’è la decisione di riconoscere un ruolo allo sport praticato dalla “gente comune”, in particolare a quello dei ragazzi e dei giovani, non possiamo che sottoscriverla. Il problema è come si conseguirà poi questo obiettivo, ma rimane di rilievo il fatto che, finalmente, ci sia il riconoscimento del valore sociale, culturale ed educativo, oltre che sportivo, dell’attività organizzata da piccole società sportive, da oratori, da polisportive sociali e da gruppi spontanei che si autotassano per giocare insieme. Su questa strada, si potranno raggiungere traguardi importanti: il contrasto alla povertà educativa e alla marginalità, la socializzazione giovanile, l’aggregazione, la lotta all’abbandono scolastico, una popolazione più in salute: una nazione con la migliore qualità della vita di sempre. La scelta ha, quindi, importanti significati culturali ed etici. Lo sport è lo strumento per “costruire” una società migliore, ma non può limitarsi ad essere un fenomeno di élite. Sia chiaro: i campioni sono fondamentali, sono una ricchezza e un’immagine bella della Nazione; sono i modelli sportivi di riferimento per giovani e adulti. L’impatto sociale della pratica sportiva, però, assume un valore solo quando è “di tutti”, quando entra nel quotidiano della gente comune. Questo è possibile solo tutelando e motivando le decine di migliaia di dirigenti volontari, che operano attraverso le piccole società sportive e che generosamente si stanno accollando compiti e responsabilità molto più grandi di loro. Come tutelare questo enorme patrimonio nazionale? Con i contributi economici? Con progetti mirati alla diffusione della pratica sportiva su tutto il territorio nazionale? Con una formazione manageriale? Certo, ma non basta. È forse più importante rassicurare i dirigenti con una normativa semplice, chiara e certa. Non si tratta di chiedere meno responsabilità, ma che sui temi sanitari, civili, assicurativi, fiscali, ecc., le regole siano poche e chiare, o queste persone abbandoneranno prima o poi il loro impegno. Siamo d’accordo e sosteniamo, allora, lo sforzo di chi intende stabilire competenze con confini precisi per chi opera nel vasto panorama dell’organizzazione dello sport nel nostro Paese. Rimaniamo però in attesa di capire quali saranno i prossimi passi e su quali contenuti sarà possibile confrontarsi, nell’ottica di una proposta di legge di effettivo rilancio del sistema sportivo italiano, su cui il Csi offre, da subito, la propria disponibilità al dialogo con le istituzioni. C’è un associazionismo sportivo di base che oggi non è riconosciuto da nessuno e che non rientra nei parametri del registro Coni delle Asd e che difficilmente potrà essere integrato nel nuovo codice del Terzo Settore. L’Italia è popolata da gruppi sportivi sostenuti da Oratori e Parrocchie, a volte da Comuni o aziende, che lavorano a progetti più ampi, in un percorso formativo, educativo e di crescita della persona anche attraverso l’attività sportiva. Lo confesso: sogno il pubblico riconoscimento del lavoro svolto da migliaia di dirigenti sportivi che hanno aiutato e continuano a garantire la crescita di atleti che forse non diventeranno mai campioni, ma che potranno diventare uomini e donne dai princìpi sani, protagonisti di una società solidale e giusta. Un S Factor, in cui sia riconosciuto il valore dello sport di vertice, che necessita di strumenti e sostegno, ma dentro regole diverse da quelle dello sport di base e sociale. Chissà che non sia la volta buona.

Vittorio Bosio - Presidente Nazionale CSI